Marco Casagrande

Lo scultore Marco Casagrande è di certo il figlio più illustre di Campea. Determinante per la sua carriera è stata però la famiglia Gera, allora proprietaria di villa Gera-Bellati. Marco nasce a Campea di Miane il 18 settembre 1804 e muore a Cison di Valmareno il 5 febbraio 1880. Fin da bambino mostra una spiccata attitudine al disegno, a scolpire la pietra tenera ed a modellare l'argilla. E' l'undicesimo figlio di papà Antonio, bottaio e agricoltore di Campea e mamma Domenica nativa di Cison di Valmarino.Segnalato al conte Giovanni Battista Gera- che abitava in Conegliano, ma teneva pure la proprietà dell'odierna villa Gera-Bellati, oltre a numerosi fondi terreni a Campea – da Giovanni Carbas, amministratore agrario dei nobili Gera, riceve dal conte, dimostrazione di stima dopo che Marco gli aveva presentato il busto modellato del proprio genitore.Grazie a questo interessamento, a metà ottobre del 1820 è avviato all'Accademia delle Belle Arti di Venezia, diretta dal conte Leopoldo Cicognara. Ammesso all'Accademia, Marco frequenta la Scuola d'Ornato, quella di Elementi di figura, quella di Nudo.

Marco, nel febbraio del 1821, rimane vittima di un incidente, mentre il maestro, Luigi Zandomeneghi , con alcuni allievi, sta per porre a dimora l'ultimo elemento di una colossale statua. Lo scultore riporta le fratture di alcune costole e dello sterno e, portato a Campea, deve aspettare fino all'ottobre del 1822 prima di poter dire terminata la sua convalescenza.

Il 15 ottobre 1822, quale unico studente trevigiano dell'Accademia delle Belli Arti di Venezia, ha l'onore di essere fra i sei allievi scelti per portare la bara del defunto scultore neo-classico Antonio Canova. Ritornato agli studi, si afferma partecipando agli annuali corsi dell'Accademia: nel 1824, con quattro opere, conquista un primo premio ex aequo con Pietro Zandomeneghi e tre “accessit”, e nello stesso anno, con due opere, ottiene un “accessit” e un primo premio (medaglia d'oro). Nel 1825 riesce a prendere il 1° premio dell'Accademia di Brera di Milano con l'opera, dispersa, “Angelica e Medoro”.

Durante gli anni di studio gli sono commissionati dei lavori, tra i quali, un busto di “Antonio Canova”, da Bartolomeo Gera ed una statua di “Paolina Bonaparte”, dal maresciallo di Francia, Jacques Etienne MacDonald, duca di Taranto, purtroppo andata perduta. Terminati gli studi accademici nel 1827, scolpisce il timpano della neo-palladiana Villa Gera di Conegliano, sul Colle Giano, con un imponente gruppo scultoreo con altorilievo rappresentante “L'Architettura fa amica accoglienza alle arti sorelle: Pittura, Scultura, Poesia, Musica”, e in bassorilievo il “Trionfo del lavoro”. Lo stesso anno compone in gesso, per una sala del Palazzo di Jacopo Bortolan di Treviso, tre bassorilievi che rappresentano: “Ettore ed Andromaca”, “Paolo e Francesca” ed “Olindo e Sofronia”.
Nel 1829 lo scultore viene chiamato a Padova, dove termina la statuina di “San Giovanni Battista” commissionatagli dal Patriarca di Venezia, l'ungheree Giovanni Battista Ladislao Pyrker, già vescovo di Zips. Nello stesso periodo esegue a Ferrara un altro imponente gruppo scultoreo per il palazzo di Silvestro Camerini (ora Questura) che rappresenta “La Fortuna propizia l'Idraulica e realizza l'Abbondanza” e modella anche alcuni busti.

L'Accademia delle Belle Arti di Venezia, il 15 maggio del 1830, nomina Marco Casagrande Socio Onorario, in riconoscimento delle opere importanti realizzate in circa tre anni; l'artista riceve così il diploma di Accademico. Per onorare i propri mecenati Gera, scolpisce, in marmo di Carrara, i busti di Vittore Maria e Giovanni Battista. In attesa di recarsi ad Eger in Ungheria, dove il 22 marzo 1831 verrà iniziata la cattedrale, esegue opere varie, anche funerarie. A Ferrara scolpisce quattro statue funebri femminili per il cav. Recanelli-Giustiniani. Ad Udine esegue un bassorilievo funebre in marmo per il conte Nicola Agricola, e a Conegliano esegue il busto di “Papa Gregorio XVI”, che sarà collocato nel 1835 nella sala d'onore della Biblioteca del Seminario Gregoriano di Belluno. Nel 1833 riproduce “Angelica e Medoro” per la villa Gera, di Conegliano, posta sul Colle di Giano.

Giunto ad Eger nel 1833, guidato dal poeta ed umanista patriarca arcivescovo Pyrker, dà vita ad un laboratorio-scuola di scalpellini ed apprendisti ungaro-trevigiani e realizza una serie di imponenti opere per la decorazione esterna della cattedrale (“Fede”, “Speranza”, “Carità” e due “Cherubini”). Esegue inoltre una statua di “Santo Stefano” per la vecchia Arce di Eger. Al termine di questa prima serie di lavori, il patriarca-arcivescovo lo definisce in un attestato “fra i più validi scultori d'Europa”.

Dopo una breve vacanza passata in Italia, lo scultore inizia il grande ciclo dei lavori interni della cattedrale di Eger: una serie di ventuno bassorilievi di figure e scene del Vecchio e Nuovo Testamento. Entro il 5 maggio del 1837, giorno in cui la cattedrale verrà consacrata, Marco realizza una varietà di temi; la maestria esecutiva e l'abbandono del barocco e del neo-classico canoviano, avvicinandosi al romanticismo. Una volta congedato da Eger, scolpisce due leoni e cinque busti di canonici e notabili locali. Sempre nel 1837, lo scultore esegue alcuni lavori mitologici ad Andornak, per il conte Imre Mocsary, e presso il castello del conte di Faj, Istevan, per magnati ungheresi.

Nel 1839 egli esegue le sue grandi statue di “San Pietro” e di “San Paolo” e nel 1840 quelle di “Santo Stefano” e “San Ladislao” lungo la rampa che adduce al piazzale della cattedrale di Eger, opere che le danno un'armonica inquadratura e che si fondono armonicamente con l'urbanistica barocca della città. Nel 1841 il principe Primate d'Ungheria,l'arcivescovo Giuseppe Kopacsy, gli affida i lavori scultorei della basilica primaziale di Esztergom (Strigonia), per cui esegue importanti statue esterne alte sei metri, degradate nel tempo.

Restano a testimoniare due grandi bassorilievi ed altorilievi esterni, della basilica di Esztergom, opere intatte sulla facciata della basilica di fronte al Danubio. Per la stessa cattedrale egli scolpisce due cherubini e tre Evangelisti su quattro: “San Luca”, “San Marco” e “San Matteo” (“San Giovanni” rimane incompiuto). Nel 1844, dopo una dura polemica di stampa su Casagrande e lo scultore ungherese Istvan Ferenczy, Marco è sollecitato a presentare alcuni progetti per il monumento all'eroe e condottiero magiaro “Re Mattia Corvino”, pubblicati ma non eseguiti. Nel 1845 il giovane scultore sposa la bella Maria Kovacs, che gli resterà fedele fino alla morte.  Nel 17 settembre dello stesso anno, muore il primate Kopaczy, principale finanziatore dei lavori della basilica, che verranno sospesi. All'inizio del 1848, una fiammata rivoluzionaria invade l'Italia, la Francia, la Prussia, l'Austria e l'Ungheria. Incautamente, la giovane sposa Maria e lo scultore sono presi dall'euforia rivoluzionaria.

La precarietà della situazione ungherese, la morte dei suoi mecenati ecclesiastici, la sospensione dei lavori e la speranza di vedere realizzata l'unità d'Italia ed una ripresa artistica italiana e veneta spingono i due sposi a recarsi in Italia. Qui la situazione è estremamente triste: a Venezia assediata muore Bartolomeo Gera nel 1848, il suo primo mecenate; la guerra, l'armistizio e lo sconforto hanno fermato ogni attività, sopratutto quella artistica. In attesa di tempi migliori, sempre sperando di essere richiamato in Ungheria per completare le opere incompiute, lo scultore deve adeguarsi a fare lavori tombali e quelli che man mano gli vengono proposti. Si sistema prima a Campea , a Valmarino e poi a Cison di Valmarino e cerca di farsi conoscere dopo oltre 15 anni di lontananza. Esegue lavori tombali per i signorotti locali. Esegue inoltre, le facciate della chiesa di Cison e una serie di statue decorative; per il duomo di Conegliano, invece, esegue l'altare di San Leonardo con tre bassorilievi della vita del santo; per il Palazzo di Luigi Berton di Feltre, raffigura quattro statue che rappresentano “Architettura”, “Pittura”, “Agricoltura” e “Commercio”; per la chiesa arcidiaconale di Agordo le statue di “Fede”, “Speranza”, “Carità”, “Mosè” e “Davide”.

Solo nel 1854, dopo cinque anni di angoscia e attesa, riesce a chiarire con le autorità magiare quale in effetti fu la sua partecipazione ai moti del 1848. Invitato ad assistere all'inaugurazione della basilica di Esztergom, ebbe solo ad Eger la commissione di due “Angeli adoranti” e di due “Cherubini”, da spedire dall'Italia appena terminati. Torna in Italia demoralizzato perchè è sfumata la speranza di una ripresa dell'attività artistica in Ungheria e si sente ormai vecchio, superato e stanco; sente inaridita la sua vena creativa. Si dedica ai nuovi lavori ed a quelli non ancora terminati senza alcun entusiasmo. Compie due “Angeli adoranti” e quattro bassorilievi raffiguranti per la chiesa di Moriago e poi due bassorilievi per la chiesa di Longarone.

Nel 1862 cerca di realizzare un tempio-museo a Cison con l'aiuto della cittadinanza, ispirandosi ad Antonio Canova in quel di Possagno. Nel 1863 spedisce ad Eger gli “Angeli adoranti” e lavora ammalato ai “Cherubini” commissionati circa dieci anni prima. Esegue nel 1869 alcuni busti e medaglioni per il vescovo Manfredo Bellati, morto nello stesso anno. Nel 1861 Marco si ammala. Lo scultore muore il 5 febbraio 1880 e la sua salma viene composta sotto di una stele per cui lo scultore scolpì in un medaglione il proprio “Autoritratto”.

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